Pagina dedicata al Centenario

John Vassar House – Scultore, 1926–2026

In occasione del centenario della sua nascita, questo sito web rende omaggio a John Vassar House, uno scultore la cui eredità perdurante continua ad ispirarci profondamente.

L’opera scultorea di House si fondava su una profonda conoscenza della materia, della forma e delle proporzioni, mantenendo sempre una costante attenzione all’esperienza umana dello spazio. Le sue creazioni, indipendentemente dalla scala, intima o monumentale, testimoniano un impegno costante, durato una vita, per la chiarezza, la disciplina e una forza espressiva discreta e potente.

Questo centenario non rappresenta un mero ricordo di date, bensì un invito a una riflessione sulle idee, sui processi e sui valori che hanno definito la sua produzione artistica. Le opere esposte costituiscono la testimonianza tangibile di una visione che continua a risuonare, ben oltre la scomparsa dell’artista.

Opere Selezionate: Pod seed Pod – Columbus marker – European Parliament

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Credit Alex Mustard 1972 Columbus Marker by John Vassar House sculptor 1972.jpg
EP with copyright 3yellow.gif

Parole dell’Artista

“Sono fermamente deciso a sviluppare uno stile distintivo. Purtroppo questa determinazione è emersa solo dopo aver compreso i denominatori comuni delle forme che spingono e proiettano se stesse ma anche delle forme negative risucchiate, come quelle presenti nelle colonie degli alveari. Uno stile (artistico) è essenziale, ma non ho mai voluto svilupparne uno consapevolmente. Ora che sono consapevole della importanza (di avere uno stile), intendo certamente perseguirlo.” (Lettera ai genitori di JVH nel 1961)

John Vassar House – Scultore

19 Febbraio 1926 – 2026

Una Riflessione sul Centenario di sculture astratte in bronzo

John Vassar House, nato il 19 febbraio 1926, continua a esercitare un’influenza duratura, non solo come ricordo, ma attraverso le sue opere: sculture modellate a mano in cera e una dedizione incrollabile alla scultura astratta in bronzo mediante la tecnica della cera persa.

House apparteneva a una generazione per la quale creare era un atto etico. Per lui, la scultura era una disciplina: un confronto con la materia, la forza di gravità, l’equilibrio, il movimento e il tempo. Il suo lavoro rivela un’attenzione per le proporzioni e la moderazione, la convinzione che il significato non emerga dall’eccesso, ma dalla precisione.

La fusione a cera persa del bronzo e lo spazio non costituivano elementi passivi nella sua pratica artistica, bensì elementi collaborativi. Ogni opera testimonia un’attenta armonizzazione tra intenzione e resistenza, tra la proposta dell’artista e le potenzialità del materiale. In questo dialogo risiede la silenziosa autorità della sua scultura.

L’incontro con l’opera di House comporta l’esperienza di una quiete dinamica, mai statica. Le sue forme esigono un’osservazione paziente e, in cambio, offrono una ricompensa proporzionata alla lentezza dello sguardo.  La loro presenza, pur non essendo manifesta con insistenza, si afferma con discrezione, contribuendo così alla continua trasformazione degli spazi che abitano: spazi fisici, intellettuali ed emotivi.

Questo centenario non è solo un anniversario. È un’opportunità per guardare indietro. Per vedere come queste opere, realizzate in un momento specifico, continuino a parlare al di là di esso. Per riconoscere come l’impegno di un artista per la chiarezza e l’integrità possa sopravvivere alle mode, all’ideologia e al passare delle generazioni.John Vassar House non ha cercato la monumentalità fine a sé stessa. La sua eredità è monumentale per la sua meticolosa attenzione, rigore e rispetto per la forma. A un secolo dalla sua realizzazione, la sua scultura è ancora attuale, non richiede nulla e offre un contributo inestimabile.

Riflessioni della famiglia di John Vassar House

John Vassar House con i suoi utensili per lavorare la cera

1. Le opere scultoree di mio padre non solo hanno arricchito le mie competenze per tutta la vita, ma mi hanno altresì fornito un’esperienza lavorativa e una conoscenza inestimabili, superando di gran lunga le mie aspettative. Sono certo che tali sculture continueranno a ispirare sia il mondo dell’arte che la vita quotidiana.

(Marco House, figlio)

(BJ Pilar House, figlia)

2. A cent’anni dalla nascita di mio padre, uno dei ricordi che resta è un’immagine precisa: io bambina nel suo studio, accanto al tavolo rotante in travertino, mentre modellava la cera.  Quello spazio era un luogo epistemico prima che operativo. L’odore della cera calda – denso, leggermente acre – dichiarava un metodo. La materia, nera e lucida, non era un semplice medium ma un interlocutore: opponeva resistenza, imponeva rigore. Le sue mani lavoravano con una concentrazione etica. Le spatole erano pensiero in atto. Ogni gesto comportava una scelta, ogni scelta una rinuncia. Togliere e aggiungere significava decidere ciò che la forma sarebbe stata – e ciò che non sarebbe mai stata.  Il tavolo rotante introduceva la verifica: nessuna prospettiva era sufficiente da sola. L’opera doveva reggere da ogni lato, come un argomento sottoposto a critica. Prima del bronzo, irreversibile, venivano i bozzetti in cera: ipotesi tridimensionali, esercizi di coerenza.

Avevo diciassette anni quando l’ho visto per l’ultima volta. È morto poco dopo. Allora percepii l’evento come una frattura biografica.  Non sapevo di aver ricevuto un metodo per vivere e che quella disciplina della forma era stata anche una pedagogia dell’esistenza.  Mentre modellava la cera, stava offrendo una metafora operativa del pensiero. Il pensiero non è una struttura statica, né un dogma da custodire. È materia plasmabile, suscettibile di trasformazione. Se irrigidito dall’abitudine, diventa fragile; se sottoposto al calore dell’attenzione critica, riacquista duttilità. Come la scultura in divenire sul tavolo rotante, anche le nostre convinzioni devono essere esposte alla rotazione dello sguardo, alla verifica da prospettive diverse. Solo così evitano di trasformarsi in idoli.

I bozzetti di cera precedono il bronzo, così come le ipotesi precedono le decisioni. Ogni azione è la solidificazione di un pensiero, la sua fusione definitiva. Per questo la responsabilità non risiede soltanto nel gesto finale, ma nel lungo lavoro preliminare che lo rende possibile. Sono i pensieri – consapevoli o meno – a generare le nostre emozioni, a orientare le nostre scelte, a determinare la qualità della nostra libertà.

Oggi, a un secolo dalla sua nascita, comprendo che l’eredità più profonda non è solo la durata materiale delle sue opere. È la consapevolezza che la vita stessa è un processo di modellazione. Ciò che appare stabile è stato, un tempo, materia cedevole. Ciò che chiamiamo destino è spesso il risultato di una serie di scelte minime, reiterate, quasi invisibili.  Nel ricordo delle sue mani che lavorano la cera riconosco dunque un insegnamento radicale: la necessità di esercitare sul proprio pensiero la stessa disciplina, la stessa pazienza e la stessa capacità critica che egli esercitava sulla materia. La libertà di plasmare la mia interiorità con disciplina e coraggio. Perché è da quella sostanza invisibile – mutevole, esigente, vulnerabile – che prende forma non solo l’opera, ma la vita stessa.

3. Insieme ai miei nonni House visitai Roma nella primavera del 1963. Fu il mio primo viaggio all’estero. Marco, credo avessi circa un anno all’epoca. Tuo padre mi accompagnò a visitare alcune delle sue opere, sia a Roma sia nei dintorni.

Ricordo con particolare vividezza la visita al suo studio, dove ebbi l’opportunità di ammirare i suoi lavori in corso d’opera, realizzati in cera. Fu un’esperienza unica e irripetibile. Un giorno ebbi anche l’onore di accompagnarlo in una fonderia durante il processo di fusione di una delle sue opere.

Questo viaggio in Italia avvenne in un momento significativo della mia vita, all’inizio del mio percorso musicale: prima con lo studio del violoncello e, più tardi nello stesso anno, con l’armonia e la composizione.

Esprimo la mia più sincera gratitudine a mio zio per l’influenza positiva che ha avuto sul mio percorso artistico.

(Timothy John Imlay, nipote)