Caso di Studio di sette scultori americani a Roma (1960-2005)

Hebald, Hadzi, Cook, House, Weinberg, Zajac e Rockwell

di Marco House, figlio dello scultore John Vassar House, Maggio 2026

A mio parere, esistono comunità di individui stranieri che scelgono di vivere e stabilirsi in un altro Paese per varie ragioni. Queste comunità spesso allineano i propri interessi e le proprie attività, finendo per fondersi in una unica entità. Questo è particolarmente evidente tra le comunità di artisti, come si evince dall’esperienza degli artisti americani e in particolare degli scultori americani a Roma. Mio padre, John Vassar House, era uno di questi scultori e ha vissuto a Roma per venticinque anni. Nonostante pensassi di conoscere bene questi artisti e la loro comunità, sono rimasto sorpreso di scoprire che le mie conoscenze erano incomplete, finché mi sono imbattuto in una fotocopia di pagine della rivista ARTS MAGAZINE International Reports, contenente un articolo datato Ottobre 1963, firmato da John Lucas. , intitolato “In the Wake of a Brazen Hussy: American Sculptors in Rome Today” (N.d.R.) “Eredità di una provocazione: scultori americani nella Roma contemporanea”, ha fornito ulteriori elementi di riflessione su questa comunità.

Per quanto ne so, la fotocopia è stata prodotta dalla rivista e successivamente consegnata a John Vassar House molti anni dopo la sua pubblicazione iniziale. E’ stato difficile identificare quale John Lucas abbia scritto l’ articolo. A seguito di una approfondita ricerca sull’articolo e sul suo autore, sulla base delle informazioni disponibili, ritengo plausibile che l’autore sia John Lucas Perreault (1937-2015). L’autore ha lavorato come editorialista per la rivista ARTnews negli anni ’60 e ha scritto articoli per le prestigiose riviste Art in America, Artforum, Portfolio, Du, Art Criticism e The Village Voice, dove ha ricoperto il ruolo di critico d’arte. La sua carriera si distingue per il suo ruolo di critico d’arte, scrittore d’arte, poeta, artista ed presidente della sezione americana dell’Associazione Internazionale dei Critici d’Arte. Nel 1962, gli è stato conferito il premio Dylan Thomas dalla New School. L’eclettismo della sua carriera si rispecchia nel modo un cui è scritto l’articolo. Qualora questa valutazione si rivelasse errata, porgo le mie più sincere scuse.

L’articolo “Eredità di una provocazione: scultori americani nella Roma contemporanea” offre un’analisi preziosa e realistica della comunità di scultori americani a Roma tra gli anni 1960 e 2005.

In particolare, tutti gli artisti citati nell’articolo hanno siti web che presentano e descrivono la loro opera. Tuttavia, a mia conoscenza, nessuno di questi siti web menziona esplicitamente la comunità degli scultori stessi e il loro significativo impatto.

L’articolo elenca sette scultori residenti a Roma nell’anno 1963. Gli artisti sono elencati in ordine cronologico in base alle rispettive date di nascita, per facilitare la consultazione.

Milton Hebald (1917-2015)

Dimitri Hadżi (1921-2006)

Robert Cook (1921-2017)

John Vassar House (1926-1982)

Elbert Weinberg (1928 – 1991)

Jack Zajac (1929-)

Peter Rockwell (1936-2020)

Ho alcuni ricordi degli scultori americani e delle loro famiglie, ma non sono sicuro di averli incontrati tutti, pur conoscendo i loro nomi.

Oltre a fornire informazioni sulla comunità romana di scultori americani che hanno vissuto a Roma tra il 1960 e il 2005 circa, questo Caso di Studio invita i lettori a contribuire all’integrazione di una panoramica completa di questa comunità e dei suoi risultati.

L’articolo contiene sei pagine con foto di sculture di ciascun artista:

Le ultime pagine di questo Caso di Studio includono la trascrizione totale dell’articolo di John Lucas intitolato “Scultori Americani a Roma”, pubblicato originariamente in lingua inglese nel 1963.

L’articolo di John Lucas è scritto in modo eccellente, integrando con maestria prove storiche, conoscenze artistiche, informazioni di riferimento e una comprensione approfondita delle origini, dei risultati accademici, dei riconoscimenti, dell’evoluzione artistica, degli obiettivi, degli stili e dei processi di pensiero dei singoli artisti. Il testo offre un’analisi dettagliata delle ragioni alla base della creazione di una sinergia creativa tra gli scultori americani a Roma. L’autore afferma di aver incontrato personalmente ogni artista. È da notare che non credo che l’articolo sia mai stato tradotto in italiano.

Ho compilato una sintesi del testo, evidenziando i contributi dei sette scultori americani a Roma al panorama culturale della città. Credo fermamente che l’ambiente unico creato da questi scultori e dalla loro comunità durante gli anni in cui vissero e lavorarono a Roma abbia lasciato un segno indelebile sia sulla città che sugli artisti stessi.

Il riassunto in lingua italiana dovrebbe essere più facilmente leggibile in italiano, riconoscendo il lavoro di fusione e le opere scultoree come un omaggio alle fonderie e al lavoro dei fonditori.

Quando iniziarono a venire a vivere a Roma gli artisti americani? Lo spiega John Lucas.

Così scriveva William Wetmore Story a Charles Eliot Norton esattamente un secolo fa. William Story non fu il primo scultore americano a stabilire la propria reputazione mentre viveva e lavorava a Roma. Fu preceduto, cinquanta anni prima, da Washington Allston (1779-1843), il cui esempio è stato seguito da numerosi artisti del nostro tempo, che arrivarono a Roma come pittori e si convertirono subito alla scultura come aveva fatto Allston, che William Roscoe aveva definito “la grande università della scultura”. (N.d.R) Allston fu un pioniere del movimento romantico americano di pittura di paesaggio. Dal 1803 al 1808 visitò i grandi musei di Parigi e poi, per diversi anni, quelli italiani).

Ad Allston fu seguito non solo da Horatio Greenough e Hiram Powers, che si stabilirono entrambi a Firenze, ma anche da John Gibson e Thomas Crawford, che diventarono dei veri e propri romani, come fece Story nel 1855.

Perché gli artisti americani hanno iniziato a venire a vivere a Roma? John Lucas ce lo spiega.

Il fenomeno non nuovo se non forse per la sua portata è certamente inventivo e poliedrico per la qualità del lavoro prodotto dagli americani a Roma dal secondo dopoguerra in poi. Le ragioni di questo fenomeno di espatrio non differiscono sostanzialmente da quelle che, secondo Van Wyck Brooks, avevano motivato Thorwaldsen e Winckelmann prima di lui. Come loro, molti americani considerano Roma “la Mecca del mondo dell’arte” e “il paese dei sogni della mia immaginazione”.

Roma offre, infatti, un passato e un presente da sfruttare, un ambiente splendido e un clima incomparabile da godere, un senso della vita e una sensazione di libertà che ci attraggono in modo particolare, un ritmo che all’inizio può sembrare frenetico ma che alla fine si rivela gestibile, e una gara che sa adattarsi con la stessa naturalezza con cui può esasperare. Tali caratteristiche appaiono senz’altro allettanti per chiunque, italiano o straniero. Questi vantaggi sono ancora più evidenti per l’americano, e lo sono ancor di più per l’artista e, forse, soprattutto per lo scultore. A questi vantaggi generali egli aggiungerebbe il valore stimolante della scultura e dell’architettura romana, nonché il valore pratico delle fonderie e degli artigiani romani, una combinazione che rende la sua situazione quasi ideale.

L’impatto dell’Italia sugli scultori americani non si limita a Roma. Non molto tempo fa, Raymond Puccinelli, nato a San Francisco e residente a Firenze, ha dichiarato: “Ero un astrattista convinto fino a quando non sono arrivato in Italia. Fu allora che capii che, per rappresentare qualcosa di significativo, le qualità astratte devono essere al servizio di scopi figurativi. Da allora non ho più creato un’astrazione pura”. Tuttavia, è più spesso Roma, come centro scultoreo, a fare la differenza.

Hebald, come riporta John Lucas

Tutti gli scultori americani a Roma condividono una grande stima per le fonderie e i maestri artigiani. Su altre cose, invece, tendono spesso a non essere d’accordo. Alla domanda su cosa lo tenga ancorato a Roma, Hebald, risponde: “E’ principalmente il mio amore per l’antichità, un retaggio del mio lavoro di insegnante, credo. Cerco di interpretare l’arte del passato. Inizialmente era quella etrusca, ma ora è il periodo meno popolare. Per fare questo bisogna essere a Roma e immergersi nella tradizione continua.”

Cook, come riporta John Lucas

Rispecchiando costantemente il panorama contemporaneo, Cook è molto meno influenzato dall’arte che dalla vita di Roma, dove le distanze sono più brevi e l’esistenza sembra più semplice rispetto a casa. “La mia immaginazione funziona meglio qui. Quando sono a casa il mio modo di pensare diventa quello di un pendolare; penso come tutti gli altri e il mio lavoro ne risente”, afferma. “Inoltre, sono nato nel 1921 e vivo qui dal 1948, praticamente da tutta la mia vita adulta, quindi, con l’aggiunta della lingua, mi sento ormai quasi italiano.”

Pericle Fazzini (1913-1987), scultore italiano, a proposito di Cook osserva: “Le sue statue sono come gli ulivi scavati dall’uomo e dalla natura. E’ sempre al lavoro… per arrivare alla realtà dell’immagine e poi ricominciare…”. Il poeta Eugene Walter, un altro americano trapiantato, aggiunge: “Una delle cose più interessanti di queste opere è il rifiuto dello scultore di rispettare la terribile linea di demarcazione tra figurativo e non figurativo…”.

Hadzi, come riporta John Lucas

Ben presto decise di stabilirsi definitivamente. “Mi piace”, ammette, “perché è come vivere in un museo e perché questo è un paese così ricco di architettura”. La fama arrivò presto: un premio Tiffany nel 1955, un premio Guggenheim nel 1957 e un premio Reynolds nel 1963; diverse importanti commissioni, tra cui quella per il Lincoln Center for the Performing Arts; due mostre personali a Roma e altre due a New York, oltre a una a Monaco e un’altra a Düsseldorf; un trionfo all’ultima Biennale di Venezia del 1964, in cui fu uno dei due scultori presenti nel padiglione americano.

House come riporta John Lucas

“Tutto è iniziato qui”, ammette con piacere; “Roma è un luogo estremamente stimolante e ha agito da catalizzatore per me, fornendomi gli stimoli di cui avevo bisogno per sviluppare ciò che attualmente faccio”.

Arrivato a Roma come turista (N.d.R.) artista che voleva capire l’ambiente lavorativo, con l’intenzione di realizzare una fusione di una sua opera in bronzo a cera persa, si innamorò così tanto dello stile di vita da accettare un incarico presso la Overseas School fino a quando non si fosse ambientato.

Non ci volle molto. Ha imparato da Robert Cook a modellare in cera e ben presto ha iniziato a lavorare in modo indipendente. Collaborando con un architetto svizzero, riuscì a mantenersi con “lavori per la Chiesa”, occupandosi di tutto, dai crocifissi ai candelabri, e traendo soddisfazione nella inevitabile unità che ne derivava. Perché, come dice House a proposito del gruppo romano, “ciò che ci unisce tutti è il bisogno di un legame con la realtà scultorea”.

Weinberg, come riporta John Lucas

Amava Roma più che mai e la trovava così congeniale al suo lavoro che decise di farne la sua casa.

Così come la maggior parte delle sue commissioni sono di natura religiosa, così la maggior parte dei soggetti di Weinberg sono biblici. Preferisce Eva a Penelope, Abramo a Icaro e Salomè a Medusa. Gli angeli sono onnipresenti come in nessun altro luogo, e qualcosa delle mura romane si riflette nella sua Gerico, mentre i suoi proverbiali “Custodi del fico” (N.d.R.) nel senso biblico ricordano il Rococò locale.

Zajac, come riporta John Lucas

Zajac aveva iniziato come operaio in un’acciaieria e si rivelò un pittore promettente. Fu a Roma che passò alla scultura. “La fonderia è solo una parte”, spiega. “C’è tutto l’artigianato e molte altre attività collaterali. Credo che il Mediterraneo abbia bisogno di scultura. Questo luogo è così bello che l’intervento umano sembra completarlo.”

Rockwell come riporta John Lucas

Tra questi c’è Peter Rockwell, nato a New Rochelle, New York, nel 1936. Formatosi alla Pennsylvania Academy of Fine Arts, si trasferisce a Roma nel 1961 grazie a una borsa di studio Henry Schiedt e si fa subito notare. La sua prima mostra qui, con venticinque opere, ha ricevuto un’ accoglienza positiva da parte di E. Schloss Burckhardt, causò Weinberg a esclamare (N.d.R) (ha commentato): “È il più barocco di tutti noi!”.

E ancora continuano ad arrivare. Alcuni sono arrivati ​​come borsisti dell’Accademia Americana: Philip Grausman l’anno scorso, Stephen Werlick, Robert Birmelin e Lawrence Fane l’anno precedente. Tra questi ci sono coloro che torneranno in America, come fece Anthony Padovano, coloro che rimarranno, come fece Hebald, e coloro che torneranno a casa solo per poi ritornare, come fece Zajac. Altri, come Gilbert Franklin e Marian Jacob, vengono come visitatori dell’Accademia, seguendo le orme di Hadzi. Altri ancora, seguendo l’esempio di Cook e House, arrivano indipendentemente dalla Accademia.

Il mio commento

Sono trascorsi più di sessant’anni dalla pubblicazione dell’ articolo seminale di John Lucas e oggi è gratificante osservare l’evoluzione scultorea di questi sette artisti. L’articolo di Lucas é notevole per il suo approccio oggettivo; si astiene dall’offrire interpretazioni personali dello stile degli artisti, accostando invece immagini romane concrete.

Osservando il percorso artistico di mio padre negli anni, ho notato numerosi scultori compiere notevoli progressi nelle loro attività creative. Hanno completato la loro carriera professionale, affinando le loro abilità di fusione per creare sculture che ora sono esposte con orgoglio in tutto il mondo.

Negli ultimi anni, mi sono dedicato alla creazione di un sito web completo dedicato alle sculture di mio padre e ho scritto un articolo sulle fonderie romane. L’articolo si basa su un taccuino di appunti che mio padre teneva meticolosamente, documentando vari aspetti del bronzo, della lavorazione dello stesso e delle sue sculture. Nel taccuino ho trovato elenchi dettagliati di artisti, curatori d’arte, gallerie e fonderie, nonché i nomi, gli indirizzi e ai numeri di telefono dei fonditori. Molti di questi dati sono ormai obsoleti, ma il taccuino rimane una risorsa preziosa per comprendere il modo artistico di questi scultori americani.

Ricomponendo il puzzle dell’opera di mio padre, ho compreso che la presenza di questi sette scultori americani non era un’impresa solitaria, bensì un processo collaborativo con la città di Roma, che fungeva da laboratorio artistico. Questa scoperta ha suscitato il mio interesse per le opere dei sette maestri americani della scultura in bronzo a cera persa e pietra che hanno lavorato nella Città Eterna dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Ogni artista è stato influenzato dalla cultura romana in modo diverso e personale. Tuttavia, tutti loro hanno avuto l’opportunità di collaborare nelle fonderie, entrando così in contatto con il lavoro degli altri. Come già accennato, tra loro c’era un senso di cameratismo, ma anche una certa competizione; ma, in definitiva, tutti questi artisti aspiravano a creare le proprie opere uniche.

A oltre 63 anni dalla pubblicazione dell’articolo di John Lucas, sono lieto di fornire link informativi sui sette scultori americani: Hebald, Hadzi, Cook, House, Weinberg, Zajac e Rockwell.

Milton Hebald (1917-2015): https://miltonhebald.net/ or @boehmm

Dimitri Hadżi (1921-2006): https://www.dimitrihadzi.com/

Robert Cook (1921-2017): https://www.robertcook.org/

John Vassar House (1926-1982): https://www.johnvassarhousesculptor.art/

Elbert Weinberg (1928 – 1991): http://www.elbertweinberg.com/

Jack Zajac (1929-): https://en.wikipedia.org/wiki/Jack_Zajac  

Peter Rockwell (1936-2020): https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Rockwell&ved=2ahUKEwjP2JCDsaeTAxU7nf0HHb1BPQMQFnoECB8QAQ&usg=AOvVaw0PmaLRcEycpvIYvNJ29jp5

Come precedentemente menzionato, questo caso di studio invita i lettori a contribuire alla integrazione di una panoramica completa della comunità descritta. Per condividere eventuali informazioni aggiuntive, o per qualsiasi domanda o chiarimento su questo articolo, contattatemi direttamente all’indirizzo marmatthouse@gmail.com.

Articolo di John Lucas riportato in inglese per esteso.